17/10/2026
Sanremo 2026:
un ragazzo di 13 anni si sente in diritto di dare fuoco a un uomo addormentato.
L'ennesima storia di violenza, invisibilizzazione, marginalità e sopraffazione che dovrebbe spingerci oltre l'indignazione. Perché a cosa serve essere indignati senza una riflessione su come guardiamo chi è fragile, chi vive ai margini, chi non ha più una casa in cui sentirsi al sicuro, chi è solo? Senza interrogarci su quali esempi diamo agli altri, soprattutto ai più giovani?
Educare alla non violenza allora, più che mai oggi, diviene fondamentale perché recupera due concetti dimenticati: compassione ed empatia, per il prossimo (umano, animale o ambiente) e per sè stessi. Un valore da passare in un mondo che ha dimenticato i suoi.
Grazie come sempre al Dott. Fabio Tartarini - Psicologo per gli interessanti spunti di riflessione.
Ognuno di noi è importante, ognuno di noi può fare la differenza, ognuno di noi può lavorare sul suo piccolo pezzo di mondo ✨
Immaginiamo un uomo, steso per strada, un riparo di fortuna dal freddo e dalla solitudine, con il desiderio di riposare almeno per qualche ora. Un uomo che, come ciascuno di noi, ha una storia, un passato, dei legami, delle ferite e una dignità che nessuna condizione sociale può cancellare. Un uomo che, invece di trovare indifferenza, avrebbe bisogno di uno sguardo, di rispetto, di umanità.
Immaginiamo un ragazzino, 13 anni, vede l'uomo a terra, addormentato, inerte, lo zaino accanto a lui. Decide di riempire una tanica di benzina e dargli fuoco.
Smettete di immaginare, ci troviamo a Sanremo, nel 2026, e questa non è fantasia.
Fermiamoci allora un attimo a riflettere:
che cosa può portare un ragazzo a infliggere una sofferenza simile?
La psicologia ci insegna che la violenza può avere radici complesse: difficoltà nella gestione delle emozioni, scarsa empatia, bisogno di affermare il proprio potere, influenza del gruppo, incapacità di riconoscere nell'altro una persona con gli stessi diritti e la stessa dignità.
Proviamo, però, a fermarci anche sull'uomo che ha subito questa violenza. Senza una casa, un luogo in cui sentirsi al sicuro, esposto al rischio di diventare invisibile agli occhi degli altri. Perchè "povertà" non significa soltanto non avere denaro, ma può significare perdere legami, opportunità e senso di appartenenza.
La povertà è anche una questione sociale, psicologica ed educativa. Ci riguarda tutti, nel modo in cui proteggiamo i più fragili, contrastiamo l'esclusione e insegniamo alle nuove generazioni a riconoscere l'umanità altrui. Perché l'empatia non sempre nasce spontaneamente: si educa, si coltiva, si trasmette attraverso le relazioni e gli esempi.
In questa Giornata mondiale contro la povertà, allora forse dovremmo chiederci non soltanto che cosa abbia portato a un gesto così crudele, ma anche quale responsabilità abbiamo nel costruire una società in cui nessuno venga lasciato solo e nessuno impari a considerare la fragilità altrui come qualcosa di cui approfittare. Perché comprendere significa riconoscere la complessità per prevenire la violenza e non lasciare che l'indignazione sia l'unica risposta. Probabilmente dovremmo ricordare che una persona può perdere ogni cosa, ma non dovrebbe mai perdere, ai nostri occhi, la propria umanità. E forse la povertà più dolorosa è quella di una società che non riesce più a sentire il dolore degli altri.
La povertà riguarda tutti e tutte noi. Non perché dobbiamo sentirci responsabili di ogni sofferenza, ma perché siamo responsabili, ogni giorno, del modo in cui scegliamo di guardare gli altri e del mondo che stiamo costruendo.